Non risulta alcuna notizia pubblica di una malattia che riguardi Sergio Japino, il regista, coreografo e autore televisivo nato a Ventotene il 17 settembre 1952, oggi 73 anni. Chi digita “Sergio Japino malattia” quasi sempre sta cercando un’altra persona: Raffaella Carrà, sua compagna per circa diciassette anni e poi collaboratrice fino alla fine. Fu Japino a raccontare, dopo averla assistita negli ultimi mesi, il male che l’ha portata via. Da qui l’equivoco nei motori di ricerca, amplificato dal fatto che la malattia di Carrà restò segreta e che le poche parole pubbliche su quella sofferenza arrivarono proprio da lui.
Cosa disse Japino della malattia di Raffaella Carrà
Raffaella Carrà è morta a Roma il 5 luglio 2021, a 78 anni. La diagnosi trapelata, mai confermata nei dettagli clinici dalla famiglia, è quella di un tumore al polmone affrontato nel più totale riserbo: al di fuori della cerchia più stretta, nessuno sapeva che fosse malata.
Fu Japino ad annunciarne la scomparsa: «Raffaella ci ha lasciati. È andata in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre». E fu lui a spiegare il silenzio: Carrà aveva avuto «una volontà ferrea che fino all’ultimo non l’ha mai abbandonata», così da far sì che «nulla trapelasse della sua profonda sofferenza», per non turbare «il luminoso ricordo di lei». Sempre Japino riferì le sue ultime volontà sul funerale: una semplice bara di legno grezzo e un’urna per le ceneri. Oltre a lui, tra le pochissime persone a conoscenza della malattia c’era Gian Luca Pelloni Bulzoni, storico braccio destro di Carrà, da lei adottato per renderlo erede. Sono queste dichiarazioni, rilanciate dai quotidiani dopo la morte, l’origine del legame tra il nome di Japino e la parola “malattia”.
Sergio Japino oggi: salute e silenzio
Sul suo stato di salute non ci sono notizie pubbliche affidabili di patologie. Japino ha mantenuto negli anni un profilo molto riservato. Dopo la morte di Carrà ha scelto a lungo il silenzio, rompendolo in poche occasioni: il 17 agosto 2021, su Instagram, con la foto di due mani intrecciate e la scritta «Io e Raffaella», ha scritto «40 anni di sodalizio professionale, e un amore senza tempo. Quello che non si compra, non si acquisisce: appartiene solo a noi che lo abbiamo creato e vissuto nella immensità di una unione indistruttibile. E ci sopravvive».
La storia con Raffaella Carrà: diciassette anni e l’addio del 1997
La relazione cominciò nel 1981 sul set di Millemilioni, varietà musicale condotto da Carrà su Rete 2 tra l’8 marzo e il 12 aprile di quell’anno, dove Japino era primo ballerino e assistente coreografo di Gino Landi. Lei era reduce dalla storia con l’autore Gianni Boncompagni. «Facevo con lei un romantico passo a due per insegnarlo a un altro. Ci siamo guardati negli occhi ed è scattata la scintilla», ha raccontato Japino.
Coppia nella vita e nel lavoro, firmarono insieme successi come Pronto, Raffaella? e Carràmba! Che sorpresa. L’addio arrivò nel 1997, annunciato da Carrà con una lettera a Novella 2000: «Da tempo Sergio Japino ed io abbiamo deciso di dividere le nostre strade pur rimanendo profondamente legati. L’amore può cambiare, ma non muore». La separazione sentimentale non interruppe il sodalizio: continuarono a collaborare fino al 2019, con A raccontare comincia tu, e Japino le rimase accanto fino alla fine.
“Rumore”: cosa significa davvero il brano simbolo della Carrà
Chi passa dal nome di Japino a quello di Carrà finisce spesso anche su “Rumore”, il brano del 1974 più legato alla sua immagine, il cui significato è meno spensierato di quanto la musica lasci intendere. Scritta da Guido Maria Ferilli (musica) e Andrea Lo Vecchio (testo), racconta una donna che ha lasciato il compagno perché «ho deciso che facevo da me», ma che una sera, sola in casa, sentendo un rumore vorrebbe «tornare indietro con il tempo», ammettendo che «da sola non mi sento sicura, mai». È il ritratto di una donna a metà del guado: desiderosa di emanciparsi, ma ancora insicura fuori dai ruoli tradizionali. Lo Vecchio ha ricordato che il testo, pur apparentemente in controtendenza negli anni del femminismo, non suscitò polemiche perché «calzava a pennello» a molte donne di quel periodo.
Pensato inizialmente per Donatella Moretti, il pezzo arrivò a Raffaella grazie al produttore Alfredo Cerruti e a Boncompagni. Presentato a Canzonissima 1974 e poi inciso in spagnolo, inglese e francese, divenne un successo planetario. Fu l’interpretazione fisica e travolgente della Carrà a trasformare quel testo malinconico in un inno alla liberazione dei sensi, ben oltre la versione più castigata imposta dalla Rai dell’epoca.
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Fonti: Il Messaggero | Elle | Vanity Fair | Rockit
Jane Austin è autrice de Il Giornalista e si occupa di biografie, personaggi famosi e notizie dal mondo delle celebrità. Scrive contenuti chiari e informativi, con l’obiettivo di raccontare le storie, le carriere e le curiosità delle personalità più conosciute.
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