La divisione tra sunniti e sciiti ha origine nel 632 d.C., quando la morte del profeta Muhammad aprì una disputa sulla guida della comunità islamica. I sunniti, che oggi rappresentano circa l’85-90% dei musulmani nel mondo, sostennero che il successore andasse scelto per consenso tra i compagni del Profeta. Gli sciiti — dal termine arabo “shi’at Ali”, il partito di Ali — ritenevano invece che la guida spettasse ad Ali ibn Abi Talib, cugino e genero di Muhammad, e ai suoi discendenti. Quella che nacque come una contesa politica si è trasformata in quattordici secoli di differenze teologiche, giuridiche e rituali, fino a diventare una delle principali chiavi di lettura della geopolitica mediorientale contemporanea.
Da Abu Bakr a Kerbala: come la frattura divenne permanente
Alla morte di Muhammad a Medina, la maggioranza dei suoi compagni scelse Abu Bakr — padre di Aisha, moglie del Profeta — come primo califfo. Una minoranza si oppose, sostenendo che Muhammad avesse designato Ali come successore durante un sermone a Ghadir Khumm. Ali divenne infine il quarto califfo nel 656, ma il suo califfato fu segnato da una guerra civile. Nel 657, la battaglia di Siffin lo contrappose a Muawiya ibn Abi Sufyan, governatore di Siria e futuro fondatore della dinastia omayyade. Lo scontro si concluse con un arbitrato controverso che indebolì la posizione di Ali, assassinato poi nel 661 a Kufa.
Il momento che trasformò la disputa politica in una separazione religiosa irreversibile fu la battaglia di Kerbala, nell’ottobre del 680. Hussein, figlio di Ali e nipote di Muhammad, rifiutò di riconoscere il califfo omayyade Yazid e marciò verso Kufa con un piccolo seguito. Fu intercettato e ucciso insieme a gran parte della sua famiglia. Per lo sciismo, Kerbala è l’evento fondativo: il martirio di Hussein viene commemorato ogni anno durante l’Ashura, il decimo giorno del mese di Muharram, con processioni di lutto, rievocazioni della passione e pratiche di cordoglio rituale diffuse soprattutto in Iran, Iraq e Libano. Per i sunniti, l’Ashura ha un significato diverso: è un giorno di digiuno volontario legato alla tradizione del profeta Mosè e alla liberazione dei Figli d’Israele, come riporta l’AGI in occasione delle celebrazioni del giugno 2026.
Autorità religiosa: imam infallibili contro scuole giuridiche
Il nucleo dottrinale della divisione riguarda una domanda precisa: chi ha l’autorità di interpretare la rivelazione coranica dopo Muhammad?
Per i sunniti, l’autorità è rimasta nel Corano e nella sunna — la raccolta delle tradizioni e degli insegnamenti del Profeta — interpretati dalla comunità dei dotti religiosi. Nel corso dei secoli si sono consolidate quattro scuole giuridiche principali: la hanafita, diffusa in Turchia, Asia centrale ed Egitto; la malikita, prevalente in Nord Africa; la shafi’ita, presente nel Sud-est asiatico e nell’Africa orientale; la hanbalita, dominante in Arabia Saudita. Nessun singolo studioso è considerato infallibile e non esiste una gerarchia clericale strutturata.
Lo sciismo duodecimano — la corrente maggioritaria, prevalente in Iran, Iraq, Libano e Bahrein — riconosce una linea di dodici imam discendenti da Ali, ritenuti divinamente guidati e infallibili nell’interpretazione del Corano. L’ultimo, Muhammad al-Mahdi, sarebbe entrato in “occultamento” nel IX secolo: il suo ritorno è atteso alla fine dei tempi. In sua assenza, l’autorità religiosa è esercitata dai marja’ al-taqlid, i grandi ayatollah la cui interpretazione della legge islamica è vincolante per i fedeli che li scelgono come guida. Come spiega la Fondazione Oasis, per gli sciiti “se si vuole comprendere il Corano fino in fondo bisogna passare” dalla persona degli imam, perché il testo sacro possiede un senso esteriore e un nucleo interiore accessibile solo attraverso la famiglia del Profeta.
Questa struttura gerarchica ha avuto conseguenze politiche dirompenti. Negli anni Settanta, l’ayatollah Ruhollah Khomeini teorizzò il velayat-e faqih — il governo del giureconsulto islamico — secondo cui in assenza dell’imam nascosto un giurista religioso supremo deve guidare lo Stato. Il principio è alla base della Repubblica Islamica dell’Iran dal 1979. Non tutti gli ayatollah sciiti condividono questo modello: a Najaf, in Iraq, il grande ayatollah Ali al-Sistani ha sostenuto un approccio diverso, detto “quietista”, in cui l’autorità religiosa interviene nella politica solo in circostanze eccezionali, senza governare direttamente.
Differenze nelle pratiche rituali
Sunniti e sciiti condividono i cinque pilastri dell’Islam: la professione di fede, la preghiera, il digiuno nel Ramadan, l’elemosina rituale e il pellegrinaggio alla Mecca. Le differenze nelle pratiche quotidiane, pur reali, sono meno profonde di quanto spesso si pensi.
Gli sciiti duodecimani mantengono cinque preghiere giornaliere come i sunniti, ma le raggruppano in tre momenti della giornata anziché cinque, combinando la preghiera di mezzogiorno con quella pomeridiana e quella del tramonto con quella serale. Durante la prostrazione appoggiano la fronte sulla turbah, una piccola tavoletta di argilla spesso proveniente da Kerbala. Il pellegrinaggio ai santuari degli imam — Najaf, Kerbala, Samarra in Iraq, Mashhad in Iran — ha nello sciismo un’importanza devozionale che il sunnismo più ortodosso guarda con sospetto. La scuola giuridica sciita di riferimento, la ja’farita, segue fonti e metodi propri ma resta all’interno della tradizione islamica.
Non solo due blocchi: le correnti interne
Descrivere l’Islam come diviso in due blocchi omogenei è fuorviante. Lo sciismo comprende almeno tre correnti principali. Oltre ai duodecimani, gli ismailiti — la cui guida spirituale è l’Aga Khan — sono diffusi in Asia meridionale e Africa orientale. Gli zaiditi, prevalenti nello Yemen settentrionale, sono teologicamente la corrente sciita più vicina al sunnismo. Gli alauiti, il gruppo confessionale della famiglia Assad in Siria, sono considerati da alcuni studiosi una derivazione dello sciismo ma si distinguono per credenze e pratiche proprie. I drusi del Libano, di Israele e della Siria hanno radici ismailite ma si sono sviluppati come religione autonoma.
All’interno del sunnismo, lo spettro è altrettanto ampio. Il sufismo — il misticismo islamico, con le sue confraternite diffuse dall’Africa occidentale all’Indonesia — rappresenta un polo. All’estremo opposto si colloca il salafismo, la corrente ultraconservatrice che aspira a riprodurre l’Islam delle prime generazioni. Il wahhabismo, nato nel XVIII secolo dalla predicazione di Muhammad ibn Abd al-Wahhab in alleanza con la casa saudita, è la dottrina ufficiale dell’Arabia Saudita e una forma specifica di salafismo. I Fratelli Musulmani, fondati in Egitto nel 1928, rappresentano un’altra corrente sunnita influente, con una presenza politica significativa in diversi paesi.
La mappa: dove vivono sunniti e sciiti
Gli sciiti sono stimati tra 200 e 250 milioni di persone nel mondo. L’Iran è il paese con la più grande maggioranza sciita: circa il 90% dei suoi oltre 85 milioni di abitanti. In Iraq, gli sciiti costituiscono circa il 60-65% della popolazione ma hanno avuto accesso al governo solo dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003. In Bahrein la maggioranza della popolazione è sciita, ma la monarchia regnante — la famiglia Al Khalifa — è sunnita, una situazione che ha generato tensioni esplose durante le proteste del 2011. In Libano, gli sciiti sono la comunità singola più numerosa. Consistenti minoranze sciite vivono in Pakistan, India, Afghanistan, Kuwait e nella Provincia Orientale dell’Arabia Saudita, dove si concentrano i principali giacimenti petroliferi del regno.
Questa distribuzione geografica forma la cosiddetta “Mezzaluna sciita”, un termine coniato nel 2004 dal re Abdullah II di Giordania per descrivere l’arco che dall’Iran attraversa l’Iraq, la Siria e il Libano. Il fronte sunnita è guidato dall’Arabia Saudita, custode dei luoghi sacri della Mecca e Medina, e comprende Egitto, Giordania, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Qatar e i paesi dell’Asia centrale e del Sud-est asiatico.
La rivalità Iran-Arabia Saudita e i conflitti per procura
La dimensione geopolitica della frattura sunniti-sciiti è dominata dalla rivalità tra Iran e Arabia Saudita, che non è un conflitto di fede ma una lotta per l’egemonia regionale in cui l’identità confessionale viene usata come strumento di mobilitazione.
L’Iran sostiene una rete di alleati e milizie sciite in tutta la regione: Hezbollah in Libano, le Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq, gli Houthi zaiditi in Yemen. L’Arabia Saudita guida dal 2015 una coalizione militare nello Yemen contro gli Houthi e ha storicamente finanziato movimenti sunniti in Siria e altrove. In Iraq, dopo il 2003, la lotta per il potere tra comunità sunnita e sciita ha alimentato anni di violenza settaria e ha creato le condizioni per l’ascesa dello Stato Islamico, organizzazione jihadista sunnita di matrice wahhabita che considerava gli sciiti apostati.
Nel marzo 2023, un accordo mediato dalla Cina ha portato al ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Teheran e Riyadh, interrotte dal 2016, segnando un tentativo di de-escalation. Ma le tensioni successive legate alla guerra a Gaza, il coinvolgimento di Hezbollah e degli Houthi negli scontri regionali, e l’instabilità persistente in diversi teatri hanno limitato la portata di quel riavvicinamento.
La caduta di Assad e la ridefinizione degli equilibri
Il crollo del regime siriano nel dicembre 2024 ha ridisegnato la mappa confessionale della regione. Tra il 7 e l’8 dicembre 2024, un’offensiva fulminea dei ribelli guidati da Tahrir al-Sham ha portato alla caduta di Damasco e alla fuga di Bashar al-Assad, il cui regime — dominato dalla minoranza alauita — era sostenuto dall’Iran e da Hezbollah. La Russia, impegnata nel conflitto in Ucraina, non è riuscita a garantire il sostegno militare che aveva fornito dal 2015.
La fine del regime Assad ha rappresentato un colpo diretto alla cosiddetta Mezzaluna sciita, interrompendo la continuità territoriale tra Iran e Libano. Per l’Iran, la perdita dell’alleato siriano e il contemporaneo indebolimento di Hezbollah — già colpito dai bombardamenti israeliani nel 2024 — hanno segnato un arretramento strategico significativo. Secondo l’analisi dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, pubblicata da Repubblica nel marzo 2026, la frattura antica tra sunniti e sciiti resta una chiave di lettura indispensabile per comprendere la nuova geopolitica dei paesi del Golfo e del Levante.
Convivenza storica e polarizzazione recente
Per secoli, sunniti e sciiti hanno convissuto pacificamente in ampie zone del mondo islamico. Baghdad prima del 2003 era una città di matrimoni misti tra le due comunità. A Beirut, famiglie sunnite e sciite condividono quartieri. In India e Pakistan, le processioni dell’Ashura attraversano città a maggioranza sunnita. La polarizzazione settaria è in larga misura un prodotto di crisi politiche, non la loro causa originaria: quando lo Stato si indebolisce o crolla, l’appartenenza confessionale diventa un’ancora identitaria e uno strumento di mobilitazione. Ridurre ogni conflitto mediorientale a uno scontro tra sunniti e sciiti, come avvertono diversi analisti — tra cui Vali Nasr della Johns Hopkins University e i ricercatori della Fondazione Oasis — significa scambiare il vocabolario della contesa per la sua causa profonda.
Fonti: Fondazione Oasis | AGI | Treccani | Encyclopaedia of Islam | Repubblica
Jane Austin è autrice de Il Giornalista e si occupa di biografie, personaggi famosi e notizie dal mondo delle celebrità. Scrive contenuti chiari e informativi, con l’obiettivo di raccontare le storie, le carriere e le curiosità delle personalità più conosciute.
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